Il progetto “Cityscapes – Museo digitale della memoria”, presentato da CAP – Cities Art Projects e dall’artista Valeriana Berchicci, è vincitore del bando della Regione Lazio Lazio Contemporanea – Lazio innova.
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Chi è l’artista?
Valeriana Berchicci (Termoli, 1987) è un’artista che si interessa di pratiche relazionali legate alle sperimentazioni massmediali, fonde cioè lo studio dell’immagine alla realizzazione di “oggetti” artistici attraverso la fotografia, il video, e l’istallazione.
Un solo progetto, mille voci
Il progetto, sviluppato nel 2021, si è svolto in cinque quartieri di Roma: Torpignattara, Tor Bella Monaca, Corviale, Trullo e Centro ed è suddiviso in varie fasi.
Inizialmente, sono state realizzate delle interviste con gli abitanti dei quartieri a cui è stato chiesto di raccontare uno o più ricordi sui luoghi in cui sono cresciuti o in cui abitano. Le tracce audio sono state successivamente caricate su una piattaforma digitale che consiste in una mappa con cui il pubblico può interagire come se la città fosse un essere antropomorfo dotato di voce e di memoria. Un’ultima fase del progetto è composta da laboratori, realizzati negli stessi quartieri e indirizzati a varie fasce d’età. Per creare una rappresentazione dei luoghi alternativa a quella abituale, sono stati utilizzati vari strumenti: dal disegno alla fotografia, i laboratori sono stati un momento di incontro stimolante e interattivo che ci ha aiutati a comprendere a fondo la natura di questi posti.
Cityscapes – Museo digitale della memoria
Sulla mappa digitale, in corrispondenza di ogni quartiere, è possibile ascoltare gli audio raccolti e è anche possibile caricarne altri autonomamente arricchendo la piattaforma. In un’altra sezione sono presenti anche tutte le cartoline e l’ulteriore materiale fotografico/video realizzato durante il progetto.
Attraverso questa piattaforma abbiamo cercato di mostrare una parte nascosta della città, nascosta non solo perché attraverso il progetto vengono presentate zone di Roma poco turistiche e a volte inesplorate, ma anche perché ad emergere non sono le caratteristiche architettoniche dei luoghi ma la loro memoria e la memoria di chi li ha attraversati.
La città si trasforma così in un coro di emozioni e ricordi pronti a guidare chiunque voglia, in un percorso che esce dalle linee temporali e geografiche consuetudinarie. Non si tratta perciò di una guida turistica per chi ha paura di perdersi, ma una mappa per chi vuole vivere nel modo più profondo una città ricca di storia come Roma.
Le voci
L’edicola
Il dispositivo utilizzato è l’edicola, una rielaborazione di un modello del 1800, che in questa occasione si trasforma in elemento di collegamento tra l’artista e le persone. Il pubblico è invitato ad avvicinarsi al microfono disponibile sulla struttura e a registrare la propria voce che verrà poi inserita nella piattaforma digitale.
L’edicola ha inoltre la funzione di raccogliere delle cartoline: l’artista ha infatti realizzato delle foto raffiguranti scorci e dettagli inusuali dei quartieri, che sono state trasformate in vere e proprie cartoline e spedite, permettendo alle memorie di uscire dai loro vincoli geografici e attraversare ogni confine.
Laboratorio di Collage
Se un bambino volesse trasformare l’intera città nel proprio museo personale, cosa ci metterebbe?
Avete mai provato a chiederglielo?
Noi ci abbiamo pensato e durante il progetto Cityscapes – Museo digitale della memoria, insieme ai bambini dei quartieri Trullo, Corviale, Tor Bella Monaca e Torpignattara abbiamo realizzato dei laboratori di collage.
Abbiamo chiesto ai bambini cosa vorrebbero vedere nel loro museo per poi dargli una forma tagliando delle immagini e attaccandole su una mappa di Roma.
Abbiamo raccolto alcuni degli scatti più significativi di quelle giornate e abbiamo deciso di mostrarvi anche le scansioni delle mappe/musei immaginari che hanno creato i bambini.
Passeggiate
Con gli adolescenti e gli adulti abbiamo attraversato i quartieri cercando di trovare quello che vogliamo definire “un punto di svista”. Abbiamo chiesto ai partecipanti di scattare delle foto a dettagli che secondo loro erano rappresentativi dei quartieri. L’utilizzo delle macchine analogiche al posto di quelle digitali ci ha aiutati a riflettere su cosa volevamo raffigurare e catturare, portandoci ad osservare ancora di più lo spazio circostante e a riflettere sul quartiere.
I risultati sono delle foto intime che creano un vero e proprio storytelling capace di parlare delle persone e della città.
